— Che libro hai lì Davide?
Indico un libro che gli fuoriesce dalla tasca del cappotto, forse la domanda è troppo indiscreta, mi pento del mio slancio di confidenza.
— Mah niente.
tira fuori quel libro leggermente ricurvo e mi illudo che possa essere un testo che tratti di vino.
— Ho incontrato un ragazzo, aveva una bella energia, mi ha dato questo libro ed io gli ho dato dei soldi.
Il libro titola “la cucina degli Hare Krishna”. Sorrido, sorridiamo tutti.
— Dalla biodinamica all’ Hare Krishna!
Il libro titola “la cucina degli Hare Krishna”. Sorrido, sorridiamo tutti.
— Dalla biodinamica all’ Hare Krishna!
suggerisce l’altro Davide, con tono ironico ma benevolo.
Sorridiamo ancora. A questo punto ci salutiamo, sul serio.
— Bella!
mi dice Davide e, di colpo, mi sembra di tornare indietro di dieci anni, quando con i miei amici più stretti, da ragazzino, un po’ come nel film “scialla”, parlavamo di tutto tranne che un italiano corretto e ci salutavamo sempre così: bèlla!
E’ solo l’ultima di tante belle emozioni che mi ha saputo far provare Davide Bentivegna, giovedì pomeriggio, mentre degustavamo i suoi vini, presentati dall’altro Davide, Manitta, una delle persone più cordiali e gentili che io abbia conosciuto da quando frequento questo ambiente.
Sono le 17:15, tendenzialmente in ritardo di quindici minuti, nonostante mi muova in scooter certi giorni permetto alla mia vita di prendere il sopravvento sulla mia tabella di marcia.
Metto lo scooter sul cavalletto, apro la sella, prendo il blocca disco, metto dentro il casco, insieme ai guanti, chiudo, blocco, vado.
Metto lo scooter sul cavalletto, apro la sella, prendo il blocca disco, metto dentro il casco, insieme ai guanti, chiudo, blocco, vado.
Faccio per entrare quando nel locale trovo una troupe intenta in alcune riprese con soggetto il nostro Chef, spero di non disturbare, mi guardo attorno e cerco di capire se loro sono già arrivati.
Magari esco un attimo e li chiamo - penso - mentre mi giro mi raggela lui, si lui, lo Chef.
Magari esco un attimo e li chiamo - penso - mentre mi giro mi raggela lui, si lui, lo Chef.
— Riccà c’erano due che ti stavano cercando.
Il tono è netto, serio, l’inflessione napoletana non dà spazio a fraintendimenti, se si vogliono far capire, a loro, basta il tono di voce.
Cazzo, avrò dato fastidio? Avrà notato che sono in ritardo?
— Si Chef grazie, ora li cerco.
— Forse sono qui accanto, vedi un po’.
— Forse sono qui accanto, vedi un po’.
Esco fuori, nel gelo dei tre gradi, mi guardo attorno, eccoli.
Mi vengono incontro, mi scambio uno sguardo con il volto più familiare, Davide Manitta, distributore di vini buoni, vini veri, rappresenta un paio di aziende per me imprescindibili.
Ed eccolo, un altro Davide, ma più alto e con più capelli, non me ne vorrà l’altro Davide.
— Si, si, ti conosco, hai un volto familiare, ci siamo già visti.
mi sorride e mi tende la mano, la colgo, è una mano da vignaiolo, si.
— Magari da “Vinoir”? Magari a qualche fiera.
— Magari, si.
— Magari, si.
Seguono alcuni minuti di relativo imbarazzo e battute, vista la situazione in cui si trovava il locale all’interno, riesco ad aprire una porta a vetri secondaria, entriamo direttamente in una seconda sala, bypassando la troupe e lo Chef, ci sediamo ad un tavolo.
Quel tavolo mi piace, da quando lavoro qui non mi ci ero ancora mai seduto, è incuneato in un angolo del ristorante, così da avere su due lati le spalle coperte, poi proseguono delle mensole in cui teniamo i bicchieri del vino, c’è una bella atmosfera in quell’angolo, si è raccolti.
Davide Bentivegna è un giovane vignaiolo ma non un giovane uomo, a circa quarant’anni ha lasciato la sua posizione in Siemens per seguire la sua vocazione, la prima annata in bottiglia fu nel 2010 il Notti Stellate dai vigneti di Contrada Crasà, vigne vecchissime. A seguire, negli anni, ha acquisito altre vigne tutte sul versante nord/est - il più vocato per i rossi - arrivando a lavorare nelle contrade di Presa, Linguaglossa, Passopisciaro e Randazzo. Tutte parcelle differenti, con altitudini che variano dai 600 slm ai 1000 slm e con esposizioni diverse.
— Noi dell’Etna siamo gli unici, un po’ come la Borgogna, a fare un singolo vino da ogni Contrada, un po’ come se fossero Cru. Si parla di Passopisciaro, Linguaglossa, non di Etna così in generale.
È così che Davide mi spiega come, lui, così come altri produttori, abbia avuto l’idea di imbottigliare ogni vigna singolarmente e dedicarle una linea apposita, con la descrizione dell’altitudine della vigna e dei nomi del tutto evocativi.
Sul tavolo prepariamo delle mini-verticali composte da 2016 e 2015 di Tracotanza (solo 2016), Petrosa e Notti Stellate.
Sul tavolo prepariamo delle mini-verticali composte da 2016 e 2015 di Tracotanza (solo 2016), Petrosa e Notti Stellate.
| Bagliore sui vini di Etnella e la nuca di Davide Manitta |
Il primo assaggio è per il Tracotanza 2016 (Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio) solo cinque giorni di macerazione e affinamento in acciaio per un vino che dev’essere pronto subito, da bere a secchiate. In quanto vino d’entrata è quasi l’unico ad essere assemblaggio di più contrade, vigne giovani. Il colore è quello dei vini buoni dell’Etna, rubino, intenso, con riflessi porpora, solo a guardarlo ti fa immaginare un succo di frutti di bosco, solo a guardarlo ti disseta. Il naso è timido, al risveglio il vino scalcia un pochino, sono vini che andrebbero aperti, stappati come andrebbe aperta la finestra di una stanza dopo che ci si ha dormito. Ed il profumo dell’aria fresca e di un nuovo giorno non tardano ad entrare, dopo pochi attimi: — È lui, è lui. Annuisce Davide.
E il vino viene fuori, balsamico, speziato, un frutto che fatica ad uscire ma che in bocca c’è. Ah se c’è, lievemente aspro, sferzante, giustamente strutturato per un vino da 5 giorni di macerazione, che secondo gli anziani, per questo genere di vino era la quantità giusta di tempo. Il finale è di quelli che piacciono a me, leggermente chinato. Voglia di berne ancora, tanta.
Iniziamo la mini-verticale di Petrosa con la 2016, dodici giorni di macerazione, elevato metà in acciaio e metà in legno esausto. Faccio fatica a decidermi sull’utilizzo del Coravin, temo che “stressi” troppo i vini, soprattutto se naturali, e che di conseguenza li chiuda e li innervosisca, cerco di dare sempre più respiro possibile, al vino, prima dell’assaggio. Il colore è sempre più ciliegia matura, con quei riflessi scuri che mettono voglia di morderlo, il vino. Eleganza, è la prima impressione che ho quando avvicino il calice al naso. Finezza, è la risposta del mio gusto al mio olfatto. Idee di more, ciliegie e melograno si fondono all’immagine di una mano che accarezza della seta e che ad un tratto diviene velluto e poi basta. Senso di estasi.
Petrosa 2015 dodici giorni con le bucce, tonneaux e barrique di rovere, esauste. Cosa aspettarsi? Mi preparo ad assaggiare la versione evoluta del fratello minore. Oramai sulla storia del colore ci siamo capiti, seducente, voluttuoso, ammaliante, quel rosso che fa sesso.
Stupore. Sgrano gli occhi, accenno un ghigno, è lei, è venuta per convincerci che i vini di Davide possono essere tutto un mondo, la volatile. Quel fievole alito di smalto che spinge, come un fresco venticello, i profumi del vino fuori dal calice. Adesso c’è il melograno. Adesso c’è la prugna. Adesso la rosa. Adesso sì, che sento il chiodo di garofano. Nella più succosa e fresca, bevibilità, ritrovo la stessa finezza, ma con un pizzico in più di personalità. E’ amore.
Dopo l’ultimo assaggio torniamo indietro e poi avanti alcune volte, i pareri sono leggermente diversi, io rimango innamorato della 2015.
Arriva il momento anche per il vinone di Davide, da vigne vecchissime, quindici giorni di macerazione, tonneaux e barrique di castagno. Assemblaggio, per via della mescolanza dei filari, di Nerello Mascalese, Alicante e Syrah. Si proprio Syrah.
Davide dice di averci messo degli anni per capire cosa fossero queste uve diverse che si trovava fra le piante.
Iniziamo la mini-verticale di Petrosa con la 2016, dodici giorni di macerazione, elevato metà in acciaio e metà in legno esausto. Faccio fatica a decidermi sull’utilizzo del Coravin, temo che “stressi” troppo i vini, soprattutto se naturali, e che di conseguenza li chiuda e li innervosisca, cerco di dare sempre più respiro possibile, al vino, prima dell’assaggio. Il colore è sempre più ciliegia matura, con quei riflessi scuri che mettono voglia di morderlo, il vino. Eleganza, è la prima impressione che ho quando avvicino il calice al naso. Finezza, è la risposta del mio gusto al mio olfatto. Idee di more, ciliegie e melograno si fondono all’immagine di una mano che accarezza della seta e che ad un tratto diviene velluto e poi basta. Senso di estasi.
Petrosa 2015 dodici giorni con le bucce, tonneaux e barrique di rovere, esauste. Cosa aspettarsi? Mi preparo ad assaggiare la versione evoluta del fratello minore. Oramai sulla storia del colore ci siamo capiti, seducente, voluttuoso, ammaliante, quel rosso che fa sesso.
Stupore. Sgrano gli occhi, accenno un ghigno, è lei, è venuta per convincerci che i vini di Davide possono essere tutto un mondo, la volatile. Quel fievole alito di smalto che spinge, come un fresco venticello, i profumi del vino fuori dal calice. Adesso c’è il melograno. Adesso c’è la prugna. Adesso la rosa. Adesso sì, che sento il chiodo di garofano. Nella più succosa e fresca, bevibilità, ritrovo la stessa finezza, ma con un pizzico in più di personalità. E’ amore.
Dopo l’ultimo assaggio torniamo indietro e poi avanti alcune volte, i pareri sono leggermente diversi, io rimango innamorato della 2015.
Arriva il momento anche per il vinone di Davide, da vigne vecchissime, quindici giorni di macerazione, tonneaux e barrique di castagno. Assemblaggio, per via della mescolanza dei filari, di Nerello Mascalese, Alicante e Syrah. Si proprio Syrah.
Davide dice di averci messo degli anni per capire cosa fossero queste uve diverse che si trovava fra le piante.
— E’ francìse.
Dicevano i vecchi, con cadenza sicula.
L’imitazione del dialetto, da parte di Davide, mi lascia perplesso, vorrei ridere, lui non sa che adoro Camilleri, ma ancora di più il suono delle parole del loro dialetto.
L’imitazione del dialetto, da parte di Davide, mi lascia perplesso, vorrei ridere, lui non sa che adoro Camilleri, ma ancora di più il suono delle parole del loro dialetto.
Notti Stellate 2016 all’inizio leggermente timido, si affaccia una nota calda, quasi di cannella. Allora, adesso ti bevo, penso. Andiamo al sodo. Quando riprendo fiato e recupero la saliva, dico: — Ah! Questo è il vinone fra i vinelli! Questo è il vino concentrato duepuntozero. Il vino piacione duepuntozero, il vino estratto e carico duepuntozero. Il sapore non accenna a cancellarsi, la persistenza è, con estrema eleganza, lunghissima. Vino ricco, ma di sale, di gusto. Lo ribeviamo e rimaniamo ancora una volta pervasi da un nettare che forse non meritiamo di bere, ci scaraventa contro la sedia nella sua maestosità. Siamo indegni.
Notti Stellate 2015: — E’ questo che adoro del vino - afferma Davide - è il teatro dell’immaginifico.
— Ma come? Dai? Non senti come sa di ottone, di rame, di magnesio, oppure no, anzi è proprio ematico! Il carattere dei due vini è nettamente diverso, le esalazioni dell’ultimo sono meno fruttate, meno rotonde, sono ferrose. Forse laviche. In bocca è salatissimo, conferma la mia impressione. Non siamo degni, vino che sarà, più prima che poi, immenso. — Comunque la nuova buzzword dopo mineralità adesso è ematico.
Mi percula così Davide Bentivegna, ma io ci sto, perché sono troppo entusiasta.
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| Davide Bentivegna ed io. |
Grazie, a Davide e Davide per il bel pomeriggio passato assieme.

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