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Blog, diagrammi di flusso, primi baci e carte dei vini

Un blog, ecco, io un blog non l’ho voluto aprire mai. Ne leggevo e ne leggo di geniali però. Non mi sono voluto mai arrogare il diritto di farvi conoscere la mia opinione su qualcosa, né tantomeno ho mai avuto grandi opinioni su qualcosa. Non sono un cuoco in erba, non compro più vestiti da quando ho visto una foto dell’armadio di Zuckerberg, ergo no fashion-bloggin’, anche se immagino una satira in cui si pubblichi ogni giorno una foto su instagram ma vestiti uguali al giorno prima, ever. Né so scrivere tanto bene. La mia unica qualità utile in questa avventura quindi è che, invece, leggo molto.
Da un anno a questa parte, escluso un libro su google, un saggio sulla leadership (mai concluso e si è notato) e il libro di un divertentissimo poeta (vivo) leggo solo di vino.
Qualcuno penserebbe che sia un po’ un’ossessione la mia, ma d’altronde ne ho fatto un lavoro.

Per scrivere questo primo post ho buttato giù un diagramma di flusso.
Perché non sono granché come scrittore, troppo riflessivo e prolisso, anche se, durante il liceo o magari anche grazie a qualche fidanzata, per via delle lettere, è nata l’idea che io fossi bravo a scrivere, a legare con un filo logico un discorso. 
Può darsi che non faccia pena, ma la verità è che ho sempre barato.
O almeno, provo a gettare un po’ di suspence.
Ci sono di quei momenti nella vita di un giovane che ti segnano, chi il primo bacio, chi vedere i propri genitori litigare, a me il diagramma.


Da bambini si impara il mondo, lo si cataloga, analizza, osserva, si notano le cause, si individuano delle classi di parole o di emozioni. Da bambini si “imparano” i generi, maschile o femminile. Si inizia a fare delle scelte, consapevoli, perché scegliere è alla base di tutto, quali parole usare, quale cibo mangiare; e questo è possibile grazie al concetto di “alternative”, di “possibilità”. Bianco o nero, dolce o salato, verbo avere o verbo essere.

Immagino la mente come un foglio bianco, nel quale ci si inizi ad appuntare le prime cose che si vedono. Un uccello e delle uova, e intanto lo scrivi lì in alto a sinistra, poi un fenomeno diverso che non c’entra nulla, e allora lo si scrive in un altro angolo del foglio. Finché non iniziano ad essere chiare molte più cose.
I collegamenti fra campi o regni uguali, il concetto di opposto o di simile ma diverso.
Poi da adulti non ci si fa più nemmeno caso, ma tutto assume una struttura. Una logica.
A me piace la logica, ma forse ne seguo una mia.

Ecco, a me è sempre sembrato funzionasse un po’ tutto attraverso un diagramma, le scelte che si debbono compiere, le strategie che si deve seguire, lo studio di qualcosa che non si capisce. Forse sto addirittura parlando di insiemistica, che è un altra cosa ancora.
Be', è tutta la vita che mi faccio dei diagrammi, per me tutto rientra in categorie, o se dev’essere ordinato, ci deve entrare, altrimenti è il caos.


Bar Brutal, Barcelona su Riccardo Meconi (@riccardo.meconi) in data:


Faccio un salto temporale, perché chissenefrega, bisogna che si parli di vino, non di me.

Facevo il bartender - sto parlando di me, ma ancora per poco - la mia prima “carta” era ovviamente un compromesso fra la mia proposta e quelli di altri due ragazzi, ma a me non importavano i cocktail in quanto ricette, potevo anche “perdere” questo confronto. Volevo però, fortemente, che il menù avesse una struttura, che rispondesse ad un mio bisogno inconscio, che sembrasse avere una logica. Ci riuscii in parte, mi venne sicuramente meglio nel successivo locale. Ero aspirante bar manager, nel senso che ci provavo e che dovevo, non che mi sentissi all’altezza. 
Ancora una volta provai a definire una struttura, venne fuori un menù molto bello, organizzato per sezioni, per esigenze, per momenti, e per sapori. Quattro categorie che si intrecciavano e restituivano una o più possibilità per ogni esigenza.
Siamo al dunque. 
Costruire un menù è una cosa bella. Studiare i menù degli altri anche. 
Ed io ultimamente, progetto carte dei vini.
La migliore, la più affine ai miei gusti, quella che vorrei trovare nel mio ristorante ideale, ancora non esiste. 

Questo blog è la mia carta dei vini ideale. Proverò ad usare questo spazio come piattaforma per progettarla. Si delineerà volta dopo volta, motiverò le mie scelte, ne parlerò approfonditamente, o peggio, esageratamente.

“Wish Wine List” è un gioco di parole fra wine list e wish list, che si poteva pensare meglio, lo so.
Chi, come me, coltiva l’hobby del “riempire carrelli” di shop-online sa di cosa sto parlando.
Per chi non fosse pratico mi spiego subito.
Le Wish List sono quei limbo prima del check-out, servono a salvarsi, a mettere da parte virtualmente, le cose che vorremmo comprare, senza farle finire “nel carrello”. Il bello delle Wish List è che ti danno soddisfazione quasi quanto comprare davvero e soprattutto ti evitano di comprare davvero. Grazie ad una incoraggiante sezione “totale” ci si rende conto a che giro del monopoli si è. Spesso il gioco finisce li, o per quanto riguarda me e i libri, spesso finisce con l’inserimento del cvv della carta.

Per questo proverò a dare un senso ai miei estratti conto scrivendo anche dei libri che leggo.

à bientôt!

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