Passa ai contenuti principali

Facciamo la rivoluzione, ma prima l'amore.



E’ difficile scrivere quando hai la casella email che non si sta buona un attimo. Fioccano saldi e sconti e valido solo per oggi e fino al 70%. Una cosa che non si può mica concentrarsi, così.

Ho un nuovo idolo, praticamente leggo i suoi libri perché me li ha fatti conoscere Agnese.
Agnese scrive quasi come lui, da matti. Agnese aveva un blog potete anche farvi un’idea.
E quindi c’è questo scrittore o meglio poeta semiprofessionista vivente, che a me piace.
Allora ho deciso che lo imito, spero che non gli dia fastidio.

Nel senso, lo eleggo a capostipite di un genere letterario. Di un’estetica del come si mettono giù i pensieri. Il suo libro è il manifesto, ed io un suo bolscevico fanatico. Facciamo la rivoluzione.
Usa le parole e la “sintassi” in un modo che sembra avere regole sue. Fa come gli pare, che praticamente ti tiene appeso ad un filo che tu non sai se poi dall’altra parte questo filo è appeso a qualcosa quindi non ti schianti però invece c’è un cuscino, di quelli giganti che quando poi ci dai una facciata e ti sganci sei sollevato, ti fai una risata e pensi - che fico lo rifacciamo?
C’è amore nel modo in cui parla e scrive. Ma non amore per le cose sessuali - come dice lui - o le passeggiate mano nella mano, ma amore per l’espressività. Si, a lui piacciono proprio le parole ma forse è scontato dato che per fare il poeta non possono non piacerti le parole. A lui piacciono i tempi, i ritmi. Scrive come se stesse parlando, provoca, è sarcastico, cazzo quanto rido. Non scrive per scrivere, scrive per parlarci. C’è chi lo ha criticato di avere meno espressività di un sms che in confronto ha la potenza di un sonetto di Shakespeare. 
Bello tutto. Ma a casa mia, che mi piace come modo di dire perché è politically correct, quelli si chiamano virtuosismi. Che ci vuole una vita ad imparare le terzine, le sillabe e le figure retoriche e cazzo che geni. Ma sembrate più dei dotti matematici che delle persone innamorate. 
A me viene la pelle d’oca quando mi tolgono le parole di bocca, quando mi immedesimo e, quanto è vero, penso. Tipo le canzoni pop.

Quindi scriverò un po’ come mi viene perché se no poi il blocco del blogger io non lo so, se esiste, e quindi ho paura di incapparci per primo, non lo so se esistono delle cavie che stanno provando delle medicine per sbloccarti dal blocco del blogger.

Perché il problema non è tanto l’argomento, ma il come, anzi il problema è sempre il come.
Questo blog parla di come.

Ecco io odio i vini coi virtuosismi.

I vini coi virtuosismi sono come mettersi a cercare la parola giusta per dire quella cosa in quel modo se non ti viene. Ma cazzo dilla come ce l’hai, più o meno, senza cazzo magari.
Perché se l’hai pensata, già la potresti dire, e allora dilla come l’hai pensata. Se fai ridere, e/o riflettere, magari poi diventi un poeta semiprofessionista vivente. Se no quanta fatica.

E ci sono dei vini che non gli va proprio di farli così come sarebbero loro, in natura, spontanei.
Li devono agghindare, li devono pompare di paroloni densi di significati evocativi immaginifici per poterti stordire con la concentrazione con la massa che ti arriva e ti travolge e non puoi che non dire - Madonna, che bomba! 

Ma ma-donna che palle.
Scrivete come pensate e fate vino senza tutto ‘sto trucco che a uno gli viene in mente Uomini e Donne della De Filippi quando ogni volta al corteggiatore di turno gli dicono - Sei falso! 
Basta con quelle parole barocche e quei pensieri articolati che uno poi ha tutto il diritto di chiedersi cosa pensate, davvero, siate veri. 

Se Andrea Scanzi lavora più di Carlo Conti un motivo ci sarà.
A Scanzi però piacciono i solfitoni ma anche i naturali, quindi non lo capisco. E’ un po’ come dire che uno ascolta tutta la musica ma le boy-band coreane di dodici elementi io no è un po’ too much.
Poi parla troppo di calcio per essere uno a cui può piacere il vino vero. Che nel calcio di vero, oramai, non c’è più nulla. 

La foto in alto è di un vino del cuore. Ha il tappo a corona come vedete, ma di questo ne parleremo poi.

Commenti

Post popolari in questo blog

Argot, manifesti ed un nuovo linguaggio del vino.

Mentre mi arrovello su come iniziare un nuovo post ho, in ordine: fatto partire due lavatrici, aggiustato il computer della mia fidanzata, risposto ad email di fornitori stranieri, i quali mi invitavano a scambiarci “dei campioni” sul “bord”, al confine, cioè a Chiasso, oppure direttamente in azienda per un “assaggio”. Non posso ovviamente paragonarmi a Pablo Escobar perché non credo che lui facesse partire due lavatrici di “neri” e “delicati”, ma non posso nemmeno dire di annoiarmi. Purtroppo però il contrappasso della noia spesso, per me, è l’ansia. Mi programmo così tante commissioni o letture, ad un ritmo decisamente fuori dalla mia portata, da provocarmi una non trascurabile tachicardia. Sono di recente venuto a capo della faccenda, innanzitutto dimezzando la quantità di caffè che ero solito bere al mattino, generalmente due volte la moka, oppure una moka e un paio di espressi. Il mio nuovo compagno di tazza è un infuso di melissa e malva. Ne ho già bevuti un paio fra una...

Rapper americani, bistrot parigini e la nascita dei vini naturali.

Alcuni giorni fa ho guardato con divertimento, e invidia, un lungo video in cui un rapper americano ed un ragazzo francese, distributore di vini naturali, si incontrano per testare vari bistrot di Parigi. Tema centrale di questa serie di video sarebbe l’approccio di questo simpatico rapper con questo mondo, a lui totalmente sconosciuto. Nel primo bistrot, i due, fra una canna e l’altra, tazzano avidamente un rosé sui generis, assemblaggio di chardonnay e gamay dell’Auvergne, segue un orange wine del Roussillon a base di grenache, carignan, mourvedre che provoca nel corpulento rapper un brivido di euforia ed entusiasmo con tanto di shakerata della barba e ululato da score durante una partita di basket. Il pinot noir di Yann Durex invece non è così funky - e qui avrei voluto batterglielo io un high five, vista l’esperienza della mia scorsa estate con il concetto di funky di una cameriera francese che forse per “funky” intendeva monastico, casto, puro, banale - ma arriva in assist una...

Etnella: Il Teatro dell’immaginifico e la nuova buzzword.

— Che libro hai lì Davide? Indico un libro che gli fuoriesce dalla tasca del cappotto, forse la domanda è troppo indiscreta, mi pento del mio slancio di confidenza. — Mah niente.  tira fuori quel libro leggermente ricurvo e mi illudo che possa essere un testo che tratti di vino. — Ho incontrato un ragazzo, aveva una bella energia, mi ha dato questo libro ed io gli ho dato dei soldi. Il libro titola “la cucina degli Hare Krishna”. Sorrido, sorridiamo tutti. — Dalla biodinamica all’ Hare Krishna! suggerisce l’altro Davide, con tono ironico ma benevolo. Sorridiamo ancora. A questo punto ci salutiamo, sul serio.  — Bella!  mi dice Davide e, di colpo, mi sembra di tornare indietro di dieci anni, quando con i miei amici più stretti, da ragazzino, un po’ come nel film “scialla”, parlavamo di tutto tranne che un italiano corretto e ci salutavamo sempre così: bèlla! E’ solo l’ultima di tante belle emozioni che mi ha saputo far provare Davide Bentivegna,...