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I papà e il vino della domenica.

Stamattina l’accesso ad un wifi, che non sia quello di casa, mi costa ben quindici euro. Spero che l’atmosfera color pastello, verde menta per lo più, ed il tè affumicato mi rendano proporzionalmente prolifico. Di buono c’è che io sono emotivamente vulnerabile ai design anni cinquanta-sessanta, ai pavimenti di marmo nero, agli specchi ed alle mensole di vetro incastonate fra le stigliature di legno massello lucidato, alle porte scorrevoli con gli oblò, ed alle luci calde; che si irradiano nascoste dietro un controsoffitto, sfumando - quasi sciogliendo - quel verde menta in un bianco avorio. L’apoteosi della calma infusa. Quasi non mi spiego perché si debba prendere ispirazione dal nord europa quando si vuole pensare al minimalismo. I locali di quel genere sono freddi, all’apparenza puliti ed ordinati, ma l’effetto tiro di canna - quel mix fra rilassarti e inebetirti di gioia - che ti trasmette una parete verde pastello con a fianco delle mensole su cui spiccano barattoli di, inutili, confetti colorati, no non lo si prova da nessun’altra parte.
A dire il vero, per quindici euro avrò diritto anche ad un mezzo litro di acqua frizzante del Trentino, ed un mignon - uno strudel di mele impastato con lievito madre - oltre che al tè di cui sopra, che è comunque una cifra rilevante rispetto ai tre euro che avevo preventivato di spendere nel mio abituale rifugio creativo - che ahimè non ricordavo avesse il turno di chiusa la domenica. Credo che vivrò quest’esperienza, spiazzante al livello della peggior mancanza di certezze nella vita, più che come un imprevisto come un’opportunità, una specie di: gita domenicale, come quelle cose che si fanno solo di domenica; come appunto andare in posti in cui di solito no, scoprirne di nuovi, programmare di spendere una certa somma di denaro, perché la domenica si è di buonumore, la domenica si comprano le pastarelle, la domenica si può festeggiare.
Il vino della domenica, nessuno più sa cosa sia, il vino la domenica è una cosa d’altri tempi.
Non potrei mai scrivere che: la domenica dopo la messa, con mio padre, s’andava a comprare le pastarelle per quel pranzo che era il più importante della settimana. 
Con mio padre s’andava a fare la spesa. Che a tutti gli effetti non aveva niente di meno religioso.
Da bambino mi annoiavo come chiunque nell’accompagnare i miei genitori al supermercato, non ero fra quei bambini capricciosi che si volevano far comprare qualsiasi inutilezza, però sentivo freddo o mi veniva fame e non capivo; non capivo niente di quegli scaffali e dei prodotti che sembravano tutti uguali. Al mercato no, il mercato era un’altra cosa, al mercato ci si andava col papà, appunto.
Al mercato ci si andava col papà perché il mercato è caotico, al mercato si aspetta mentre si è in fila e le mamme si stufano, mentre i papà pensano, sembra che si riposino. Al mercato ci sono decine di banchi uguali e mio papà se li osservava prima uno per uno, poi sceglieva, che nemmeno li io capivo bene. Puntualmente però era quello con più fila e, onestamente, anche li la prima reazione era di scappare. Ma poi dopo un po’ non più. Succedevano le cose più buffe, perché i fruttivendoli o i norcini sono persone smaliziate, ammazzano la fatica con la simpatia e coinvolgono le persone, dicono sciocchezze o fanno battute, provocano i papà con frasi tipo: — Si, poi a casa tu moje te mena! E tutti ridono e qualche volta i papà rispondono e allora ci si diverte e magari anche i bambini trovano il coraggio di dire qualcosa di buffo. Al mercato, mio papà, quel pezzettino di prosciutto che gli porgevano, da assaggiare, lo dava a me. E io gli volevo bene. Dal mercato si tornava in moto, con le buste nelle borse, che dovevo sistemare bene, se no le cose delicate si schiacciavano. E a casa poi succedeva sempre che papà aveva comprato più di quello che serviva, tipo la ricotta che se fresca - è la morte sua - o qualche salume, e la mamma lo scherniva e lui rideva diceva che gli erano cadute dentro per caso.  Il pranzo lo si trovava già pronto, arrosto e patate, si che pure questo non si capiva bene mai che carne fosse, perché arrosto è un passe-partout, una domenica era roast-beef, una domenica era lonza, una domenica vitello tonnato, ma solo quando c’erano degli ospiti e le patate le portava nonna, ma poi mamma le ha rubato la ricetta, che a Blumenthal gli fa una carezza, per la quantità d’olio intendo, e allora sono buonissime. 

Il vino della domenica io non me lo ricordo, potrei romanzare, scrivere che si beveva Barolo, ma sarebbe stata un po’ esosa come scelta per potersi ripetere ogni domenica. Mi ricordo che alla mamma piacevano un tipo di vini, che poi negli anni ho capito essere: poco tannici e concentrati, dal bel frutto frivolo e succoso e magari dalla bassa alcolicità e, al papà magari andava di bere anche dell’altro e quindi l’unica cosa che ricordo è l’amore che ci doveva essere in quella casa durante quei pranzi, nel cercare di far felici tutti, di bere un vino che piacesse a tutti, di prendere due pastarelle per tipo, per accontentare tutti.

Per lo più credo si bevessero vini del centro Italia. Ho dei vaghi ricordi riguardo a dei Montefalco, o meglio su alcuni Montepulciano d'Abruzzo. 


Un post condiviso da Riccardo Meconi (@riccardo.meconi) in data:


Ad oggi è forse grazie a questa deformazione culturale-emotiva che ritengo i vini del centro come vini capaci di mettere d’accordo tutti. Come se si potesse convergere verso un accordo fra: l’austerità dei vini del nord e la polposità dei vini del sud. Come se ad un, setoso, Nero d’Avola si volesse aggiungere un po’ di persistenza, dei tannini, come se ad una Barbera si volesse togliere un po’ di nerbo acido. Un’idea perversa.

Plenus, Montepulciano d’Abruzzo 2013, non è un Valentini e nemmeno un Pepe, ovviamente. È un Palusci, è un vino di Max Palusci figlio di Marina. Le uve vengono da vigna Cupello in provincia di Pianella, poco più a sud di Loreto-Aprutino. I Palusci, così come il comune dove lavorano in generale, sono forse più famosi per l’olio che per il vino. Un pò come Edoardo Valentini, che il vino lo faceva perché si, ma era l’olio la sua passione. Dal 2010, circa, applicano la stessa serietà e passione al vino. Vino al naturale. Conduzione esemplare della vigna e nessun additivo per i loro vini, bandita anche l’anidride solforosa, è forse per questo che vinificano in acciaio - con un lunga sosta - e imbottigliano con tappo a vite. La garanzia di sanità delle uve e igiene dell’ambiente restituisce un risultato eccezionale. Ricco e vibrante, dall’estrema precisione e pulizia, si apre dopo pochi minuti verso un frutto nitido ed accattivante, lasciando una bocca imperniata di aromi senza appesantirla. Un vino che mette d’accordo tutti, mi piace credere. 

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