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Un po' come scopare in teoria.

Sabato sera. Senza incisi, perché gli incisi, da ebbri, non vengono bene - intanto ne ho scritti due, ma insomma. Una delle nostre enoteche preferite di Milano, teatro dei primi appuntamenti e rassicurante rifugio di quelle sere in cui non lavoriamo, non abbiamo voglia di uscire a cena, ma non abbiamo nemmeno voglia di rimanere a casa, di cucinare, di pulire i piatti. Ci siamo portati il Mac, per qualche assurda pretesa di produttività, per poi finire a vagolare su blog, profili Instagram di ristoranti e lei, fra il secondo e il terzo calice di vino, ha aperto il mio blog. 

- Quindi dove vuoi arrivare a parare, dopo questa carrellata emotivo-esistenziale-razionalista?
- Ma che cazzo di domanda è, punto-di-domanda. Non è chiaro dai post?
- Be’, forse è chiaro a voi, che parlate per ossidazioni e tappi a vite? A questo punto, inizierei ad aspettarmi un accenno di questa fantomatica “Wish Wine List”. Almeno un canovaccio, delle linee guida, dei puntini da collegare…
- Sì, poi viene fuori il disegno di un pene.
- Devo scriverla?
- Sì, devi scriverla.
- Ok.
- Tu lo sai che gli accumulatori seriali sono le persone più organizzate del mondo?
- Razionali, direi, più che organizzate. Tu razionalizzeresti anche una scopata.
- Lo faccio, infatti, però mi augurerei che anche i miei famigliari leggessero il mio blog.
- Hai iniziato tu a parlare di peni.
- Tralasciamoli.
- E quindi? Non oso immaginare, quale sterminato diagramma di flusso - per usare una tua dichiarata tecnica - tu abbia creato per questo blog. 
- In effetti, l’atto sessuale è un diagramma di flusso: a ogni azione, possono corrispondere più reazioni, uguali o contrarie a quelle che tu hai immaginato.
- Torniamo al blog oppure ne apriamo uno che tratti di argomenti espliciti?
- Si scusa, ti spiego: sono un feticista, di un sacco di oggetti: calze colorate, libri… mi piace più l’idea dell’oggetto in sé che l’oggetto vero e proprio, spesso.
- Stiamo divagando.
- No, seguimi, invece di annusare gli effluvi di marmellata che esalano da quel calice.
- In effetti è proprio denso, profuma di visciole o di more, e di chiodo di garofano.
- Quello che intendevo dire è che un vino andrebbe bevuto, così come un cibo andrebbe mangiato, secondo esclusivi criteri di gusto: il menù, così come la carta dei vini, è quindi uno strumento per proporre un’offerta. Invece, che io compili un menù non basandomi tanto sul gusto, bensì sullo schema logico dell’accumulatore seriale, è un controsenso.
- Un po’ come scopare in teoria.
Un po’ come scopare in teoria sarà, decisamente, il titolo di questo post.


- E quindi non me ne frega niente, perché tutte le cose creative che ho affrontato nella mia vita si sono sempre basate su uno schema, sono sempre state dettate dall’avere un inizio e una fine - senza le quali sarebbe stato impossibile svolgerle, in modo soddisfacente.
- Come i pitagorici: sai che per i pitagorici il concetto di “perfetto” era esemplificato in qualcosa che avesse un inizio e una fine ben delimitati, come il numero dieci: una piramide, dove il vertice chiudeva ogni possibile sviluppo futuro.
- Quindi dovrei compilare una carta di dieci vini?
- Sarebbe un notevole esercizio di stile.
- Però, sintetizzare tutto lo scibile del vino in dieci etichette sarebbe frustrante: lo farei, ma facendole ruotare, di settimana in settimana, in un ulteriore esercizio di stile.
Pausa: è arrivata la focaccia.
- Comunque, gli scrittori non mangiano carbo.
- Che dici, gli scrittori mangiano pizze surgelate, aglio e olio, torte.
- Ma va’.
- Forse gli scrittori, perloppiù, bevono.
- Infatti, non è ora di ordinare un’altra bottiglia di vino?


Agnese e il territorio


Invece no, il nostro tavolo era prenotato, quindi alle 20.30 ci dobbiamo alzare, raggiungere l’auto sotto la fitta pioggerellina dell’autunno milanese, continuare a discuterne nel traffico. 

- Vedi, torna uno dei concetti già espressi in uno dei post precedenti: le carte dei vini o i menù esistono perché esistono i luoghi; la vineria di Milano più radical chic metterà vini francesi e spagnoli in lavagna, la vineria milanese più romantica proporrà vini autoctoni: tutti hanno degli algoritmi, delle matrici secondo cui ognuno crea la sua carta, i suoi menù. E’ per questo che una carta del vini ideali non può rientrare in dieci proposte, ma sarà ampia in base all’ideale. E io ho un ideale un po’ particolare, che è quello del territorio. E’ questo il modo in cui ho, inconsciamente, deciso di organizzare il mio feticismo-collezionismo.
Secondo me, un’uva esprime il meglio di sé quando coltivata nella sua terra d’origine, dove quel terreno, quel clima e quelle tradizioni possano restituirci un vino dall’aura magica.
- Aura?
- Esatto, capisci? Innanzitutto non è una questione di gusto, bensì di magia. Il vino è una trasformazione quasi alchemica, sorprendente, da un frutto e dei batteri si ottiene una bevanda, evocativa e inebriante. Una bevanda che odora di tutto tranne che di sé stessa, che rimanda ad altro, che ti fa immaginare luoghi, ambienti, cose. Questa magia la possono compiere solo quei vini primigeni, quei vini che si integrano, quasi inspiegabilmente bene, con l’uomo e il territorio. I vini-forzature, gli chardonnay piantati in Puglia, non mi parlano, i cabernet franc fuori da Bourdeaux nascono traumatizzati e poi devono fare anni di analisi dallo psicoterapeuta.
- In effetti, c’è chi è in terapia per molto meno.
- C’è chi ne fa una questione di sapore, chi, al vino, dà la stessa importanza di un’altra bevanda, e allora è comprensibile che trovi piacevole bere un merlot piantato vicino ai Castelli Romani. E’ comprensibile che qualcuno trovi gradevole l’effetto delle barrique su un vermentino sardo, come lo zucchero nel tè o nel caffé, che a me, oramai, stucca.
- Perché tu bevi tè o caffè di un certo livello, caro il mio Delfino di Francia, mentre il resto del popolo s’accontenta di addolcire quelli del bar sotto casa. Ma capisco cosa intendi: secondo te solo i vini autoctoni possono essere notevoli, come se solo loro fossero i vini originali.
- Per me sono i più interessanti. A me attraggono le origini, attrae l’idea che le qualità di un vino siano una magica e fatale coincidenza. Ciò che mi affascina è venire assalito da una sensazione estatica ed attribuirla non alla tecnologia, ma alla natura, al fato. Annusare un vino, berlo e, poi, pensare “Che miracolo”. Questa magia è più forte e più vera quando un’uva si trova a proprio agio, e quando un vino viene interpretato dalla saggezza, e non dalla presunzione, dell’uomo.
- Però, aspetta, è interessante cercare di capire perché quello che per alcuni potrebbe venire identificato come progresso tecnologico, sia, per altri e per te, presunzione. Quali Dei offendono con la loro hybris, questi tecnologi del vino?
Con lo sguardo di uno che pensa - ma che cavolo ha appena detto?
- Le tradizioni sono atti di cultura, di studio, non diamo alle tradizioni un’aura di istintualità un po’ come potrebbe esserlo un parto naturale. Quello che per noi oggi è tradizione, duecento anni fa era innovazione, o magari anche solo soluzione. Se la storia dell’uomo è cronologica, c’è un momento più vicino allo zero, in cui si conosce poco, si sa fare poco, ed i primi tentativi e le prime soluzioni sono, in fondo, le più naturali, le più necessarie. Ciò che è venuto dopo, è dato dalla società, è una sovrastruttura al reale, una complicazione, una sperimentazione. Per questo alcune tecniche sono più vere di altre e rientrano in dei canoni di saggezza e non di presunzione, non di antropocentrismo.
- Quindi tu chiami “Carta Ideale” una carta in cui cerchi gli archetipi di ogni vino.
- Be’, sì.
- Va bene, Platone, ora possiamo cenare?

Rientriamo a casa, ci scrolliamo di dosso le giacche, lei inizia a frugare nella dispensa alla ricerca di una cena. 

- Paccheri o spaghettoni?
- Cosa?

Alza gli occhi al soffitto, come ogni volta in cui mi coglie immerso in qualcuna delle mie riflessioni.

- Domani inizio, dal Beaujolais.
- Perché?
- Perché tutto è iniziato lì.



Citazione di Nino Barraco (@riccardo.meconi) in data:

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