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Argot, manifesti ed un nuovo linguaggio del vino.



Mentre mi arrovello su come iniziare un nuovo post ho, in ordine: fatto partire due lavatrici, aggiustato il computer della mia fidanzata, risposto ad email di fornitori stranieri, i quali mi invitavano a scambiarci “dei campioni” sul “bord”, al confine, cioè a Chiasso, oppure direttamente in azienda per un “assaggio”. Non posso ovviamente paragonarmi a Pablo Escobar perché non credo che lui facesse partire due lavatrici di “neri” e “delicati”, ma non posso nemmeno dire di annoiarmi. Purtroppo però il contrappasso della noia spesso, per me, è l’ansia. Mi programmo così tante commissioni o letture, ad un ritmo decisamente fuori dalla mia portata, da provocarmi una non trascurabile tachicardia. Sono di recente venuto a capo della faccenda, innanzitutto dimezzando la quantità di caffè che ero solito bere al mattino, generalmente due volte la moka, oppure una moka e un paio di espressi.
Il mio nuovo compagno di tazza è un infuso di melissa e malva.
Ne ho già bevuti un paio fra una svitata di laptop e una versata di ammorbidente quando mi rendo conto: ma checcazzo odora proprio di broccoli!
Dev’essere la malva, “cotta” ad una temperatura microndiana sicuramente troppo alta per una tisana ben fatta, si perché la melissa odora di miele o di limone anzi, di timo-limone, si chiama melissa non a caso, deriva dal greco, si rifà al nome di una ninfa che pare abbia inventato l’arte dell’apicoltura. Ma la malva.
Ma la malva dovrebbe essere un fiore invece da cotta puzza, mi ricorda proprio i broccoli bolliti male, troppo a lungo, come spesso capita nelle famiglie, mediamente.
Mediamente si cuociono male, le verdure, nelle famiglie, ma l’approfondimento sulle brassicacee e/o crucifere (peggio!) e come vanno cotte lo farò fare ad Agnese come risposta alle mie provocazioni.
Quello che posso fare io è aprire il contenitore dove si trova la malva e annusarla, chiudere gli occhi e, concentrarmi e, immaginare. 
Qual è il gesto, o lo sforzo, o non so, che facciamo compiere alla nostra mente quando andiamo a cercare un associazione, quando cerchiamo di capire di cosa odora quel qualcosa, seppure infondo, dovrebbe odorare di se stesso, no? 
Ma non è divertente così, io quasi sempre cerco delle connessioni, uso i ricordi, o magari la fantasia perché no.
Questa malva odora un po’ di camomilla, un po’ di trucchi da donna, un po’ di cassetto e naftalina, un po’ di caffè lavato, un po’ di cacao non tostato, ma anche di ibisco o carcadè. 
E’ un profumo persistente ma delicato, che sembrerà scontato, ma fa pensare a qualcosa di essiccato, non sembra un profumo vivo, forse non potrebbe sembrarlo, è lì fisso e fievole, pronto a svanire.

E’ stato facile, penso, è un gioco a cui sono allenato.
Le regole sono semplici, per fare questo gioco c’è bisogno di materia vera. Non si può annusare qualcosa di fabbricato e pensare di trovarci la magia dei ricordi e dei rimandi e della natura che è sempre tutta in sé stessa e in sé stessa tutta.
E soprattutto, il primo che usa un linguaggio: astruso, incomprensibile, virtuoso, ermetico, olistico, ideale, impalpabile, esclusivo o ghettizzante, viene eliminato. Esce. Perde.
Vince chi parla come mangia.

Vince chi si fa capire, vince chi è in grado di spiegarsi, di far arrivare anche a te, li dov’è riuscito ad andare lui, magari solo per una questione di velocità, di allenamento o di emozioni.
Vince chi ti fa sentire parte di un qualcosa, vince chi ti aiuta a godere di più, vince chi non bara.

Il mio amato vino, troppo spesso, gioca in un campionato di simulatori, di tuffatori in aria di rigore.

Il mio amato vino, oramai, non piace più come una volta. Lo hanno fatto diventare il tennis delle bevande; troppi termini tecnici: Lob, back-spin, ciop, mineralità, acidità, boisé. Troppa noia, tempi troppo lunghi, pochi colpi di scena, schema-risultato, più o meno prevedibile; il tennis, spesso, annoia i non addetti ai lavori, è ovvio, perché non è pop e non lo sarà mai.

Ma il vino, il vino è popolare, il vino è del popolo, il vino è un alimento.
Il vino non può diventare strumento di speculazione di una setta di loschi figuri.
Il vino non può essere vittima di un argot. Il vino dev’essere comunicato in maniera popolare, chiara, leggibile, intellegibile, emotivamente coinvolgente, che alla fine faccia salivare, soprattutto!

Toulouse Lautrec se n’è fregato, per primo, prima ancora di D-Andy Warhol delle regole, dei codici, ne ha inventati di suoi piuttosto.
Le sue affiche sono un innovazione di semplicità e coinvolgimento. Quello strano personaggio che dev’essere stato un incolpevole nano dai femori fratturati di origini nobiliari frequentatore di case chiuse, ebbe la grande intuizione di perseguire la chiarezza. Linee impetuose, composizioni audaci, colori intensi e piatti, squillanti, di cui il manifesto abbondava, in maniera estesa, a richiamare subito una sensazione, un’ emozione, da lontano anche, magari. 

Il vino è un argomento spesso lontano, oggigiorno troppo ignorato culturalmente, è per questo che si deve puntare ad essere attraenti nonostante queste distanze, nonostante l’imbarazzo che può suscitare.
Bisogna puntare al coinvolgimento, all’emotività, alla chiarezza.

Il vino va bevuto, il vino va digerito e, va anche immaginato. 

Usciamo dagli slang per pochi, dai gerghi di substrati sociali, semplifichiamo. 


Avviciniamo invece di allontanare.

Commenti

  1. "[...] per questo che si deve puntare ad essere attraenti nonostante queste distanze, nonostante l’imbarazzo che può suscitare. Bisogna puntare al coinvolgimento, all’emotività, alla chiarezza. [...]
    Avviciniamo invece di allontanare."

    Mi sembrano buoni propositi. Non solo per il vino.

    'iao. <3

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